ARRIVA Sergio Zavoli e chiede scusa per il ritardo, arriva, molto dopo, Vittorio Sgarbi e fa finta di nulla. Circondato da amici ed estimatori, dei quali uno maleducato, Alberto Sughi, alla vigilia degli ottant’anni, ha inaugurato ieri la sua mostra al primo piano della Galleria comunale d’arte moderna e contemporanea di Arezzo. Curata da Giovanni Faccenda, direttore della Galleria, «Sughi - Il segno e l’immagine» è una mostra che offre, a chi ne fosse interessato, l’opportunità di riaprire la querelle, tipica del secolo scorso, fra i sostenitori del realismo e, più in generale, gli altri.

Non perde l’occasione il vulcanico Sgarbi per buttarsi a testa bassa, e un po’ banalmente a dire il vero, nella polemica: «L’arte antica era difficile da fare e facile da capire, quella contemporanea è facile da fare e difficile da capire. Kounellis e Cattelan mica lo sanno cosa vogliono dire!».

Fu Enrico Crispolti, nel 1956, a definire «realismo esistenziale» quello di Sughi, da distinguere da quello «socialista», si fa per dire, di Guttuso.

Ritrae un mondo complesso Alberto Sughi, nel quale la sofferenza è più profonda perché non nasce dalle condizioni materiali.

Esaurita l’era dei Ladri di biciclette , il realismo dell’artista cesenate si addentra nel disagio della società opulenta e crea, nei primi anni ‘70, La cena, come dire in quadro qualcosa di intimamente legato al contemporaneo film di Ferreri La grande abbuffata.

Stretti, ed evidenti, sono i rapporti fra l’arte di Sughi ed il cinema: lo pensava anche Federico Fellini che, testimonia Sergio Zavoli, ebbe a dire che «questo pittore fa cose che assomigliano a quelle che facciamo noi». Lo ha confermato Ettore Scola quando ha voluto un frammento de La cena nel manifesto de La terrazza.

Nella prima sala della Galleria un ‘fattoriano’ Ritorno dei cavalieri del ‘50 ed alcuni carboncini del ‘65 nei quali si sente sia l’atmosfera pop di quegli anni e già l’attenzione per l’inquadratura cinematografica. Per il resto le opere esposte sono tutte recentissime, fra il 2005 ed il 2006, non a caso sponsor della mostra è la fiorentina Galleria Spagnoli: «Praticamente li ho fatti in poco più degli ultimi sei mesi - ci dice Alberto Sughi - non so stare senza disegnare».

Carboncino, pastelli, tempere ed acquerelli, su carta, spesso semplice carta da pacchi marroncina, successivamente intelata. I personaggi quasi sempre gli stessi, un uomo, ricorrente, di profilo, una silouette indefinita. E la giovane donna, dallo sguardo intenso e il naso affascinante, che fuma, che beve, che si fa guardare e corteggiare, che mostra le gambe provocante e intenzionalmente ‘perduta’ all’interno di bar che sanno di bordello e di solitudine in agguato: «si sbagliava da professionisti» per dirla con Paolo Conte. «L’artista non deve spiegare, argomentare - dice ancora Sughi - basta che sappia mostrare».

Fu Antonello Trombadori a fare il nome di Edward Hopper a proposito del suo lavoro e questi lavori in mostra confermano quel punto di vista e quella traccia.

 

Gianni Caverni

 

 

 

Gianni Caverni, Alberto Sughi, l’arte palpita in un caffè

 

Nella Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo una mostra raccoglie numerose opere dell ‘artista ottuagenario che Fellini, Scola e Trombadori definirono «cinematografico»

L'Unità  edizione di Firenze, 15 April 2006, pagina 5

 

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18 Aprile 2015