Gli scritti di Alberto Sughi sono stati slezionati e raccolti in un volume a cura dell'Archivio Sughi e pubblicato da Allemandi, Torino 2014.

 

Alberto Sughi rientra in quel ristretto numero di pittori italiani del Novecento che hanno saputo e voluto lavorare secondo una linea coerente e definita, che da un lato richiede impegno tecnico e morale, dall’altro un abbandonarsi all’ispirazione autentica della realtà. La produzione di Sughi, nato a Cesena nel 1928, è abbondante e variegata e può essere inserita in quell’ambito di realismo espressionista che nello scorso secolo ha avuto tra i suoi esponenti Francis Bacon, Lucian Freud, in Italia Renato Guttuso e Renzo Vespignani.

Sicuramente grande pittore, Sughi fu anche notevole autore di testi autobiografici, introduzioni, commenti, appunti, lettere che prima di morire nel 2012 aveva egli stesso organizzato per la pubblicazione, ora curata dai figli Mario e Serena in un elegante volume di Allemandi Editore. Il volume è arricchito da immagini in bianco e nero di quadri e disegni e da alcune belle fotografie di Ugo Mulas.

Il figlio Mario, nell’introduzione, ci segnala quanto il padre fosse attento ai contenuti dei suoi scritti, che dovevano essere un efficace commento all’opera visiva. Questa attenzione si rivela non solo autentica e meticolosa, ma anche ricca di contenuti, perché i commenti di Sughi non sono mai banali, nascono dalla convinzione profonda di essere un artista, eppure contengono una grande e quasi malinconica umiltà, l’umiltà di chi cerca sempre una nuova risposta.

La lettura allora, quasi inaspettatamente, diventa un colloquio col pittore che nel corso degli anni descrive le proprie ricerche, le scelte, i rapporti umani, le vicende di una vita lunga e densa di riconoscimenti. Spesso nascono dalla sua penna quasi degli aforismi, ma più spesso ancora è presente la grande umanità e la grande disciplina dell’artista che è insieme un tecnico e un creatore. “Il mio lavoro di pittore” è quindi proprio il titolo giusto per il libro, perchè nella parola lavoro - molto meglio che in quella quasi analoga di mestiere - devono inoltre leggersi i concetti di evoluzione e di crescita.

Ma nel libro c’è anche un sunto di pittura italiana del Novecento. Riferendosi alla propria formazione, Sughi scrive con trasporto: “è un fatto che il maestro moderno più formativo della nostra prima giovinezza sia stato proprio Ottone Rosai, come subito dopo sarà Lorenzo Viani che, per la verità, leggevamo quasi nella stessa chiave … Dellla sua [di Rosai] pittura non è sufficiente ammirare il magistero formale perché questo è usato per raccontare, per confessare, per sperare o soffrire” (pag. 37).

Sughi conobbe personalmente. o tramite l’opera, molti altri protagonisti e ad essi dedica parole sempre garbate, ossequiose e comunque acute. Della generazione precedente, Rosai e Viani all’inizio sono suoi riferimenti ideali, l’uno per la strutturalità cezanniana, l’altro per la carica espressiva; in seguito la ricerca di Sughi sembra invece essere del tutto autonoma, come se corresse soltanto in parallelo con quella degli altri protagonisti: “Non sono mai appartenuto a nessuna scuola; ma non sento per questo di dover prendere una distanza assoluta da chi si è comportato in un altro modo … Mi sono sempre sentito abbastanza lontano dalla corrente neorealistica, perché le sue ragioni non mi stimolavano, mi sembravano inutili, e persino dannose, per confrontarmi liberamente con la realtà” (pp. 57-58).

La scelta cruciale nel secondo dopoguerra tra figuratività e astrazione per Sughi non è neppure una scelta, ma un obbligo morale di riconoscibilità; la sua pittura si colloca su un versante più privato e intimo di quella neorealista alla quale, come s’è visto, non sentiva di essere affine.

L’accostamento con Francis Bacon fu spesso tentato e ribadito dalla critica, e Sughi nel complesso lo accettò, ma certamente se i due stili convergono nei contenuti esistenziali e drammatici, la rappresentazione in Sughi è molto meno violenta e deformante che in Bacon.

Ce ne parla lui stesso, proprio nelle stesse pagine (dal titolo “Ineluttabile forza del viaggio”) citate prima. Sughi scrive infatti che non c’è quasi niente da aggiungere a quanto s’è scritto dei rapporti tra la pittura di Francis Bacon e la sua. Bacon secondo Sughi è soprattutto un grande e tragico pittore realista, oscillante fra incubo e spasimo; parla di separatezza, di emarginazione, e la sua pittura è tragicamente bella, con una grande intenzione realistica. “Io” scrive Sughi, “sono più sfumato”.

Segnalo poi alcune pagine davvero interessanti sul progredire dei lavori intorno a singoli quadri, che nascono con schizzi, con idee, poi si fissano sulla tela, ma lentamente cambiano; il pittore cerca allora di essere fedele a se stesso, ma non sempre ci riesce e in qualche caso il quadro lungamente curato, assistito, modificato, deve essere rimosso.

Ma c’è anche un altro momento particolare per l’artista, quando i quadri vengono venduti e lasciano lo studio. “Se ne sono andati” scrive Sughi in una pagina molto bella, “impacchettati e messi sul furgone senza opporre alcuna resistenza; forse pensavano che io sarei intervenuto a scongiurare questa specie di deportazione” (pag. 184). Con un’ironia venata di malinconia, Sughi descrive i suoi quadri come creature, amici, essere che vivevano con lui e che lui ha venduto, traditore, per trenta denari.

E anche questo è il lavoro del pittore.

 

 Andrea Bonavoglia

 

 

Andrea Bonavoglia

Alberto Sughi, Il mio lavoro di pittore

in FogliD’Arte.it, 25 Marzo 2015, Roma

 

Testi provenienti dall'Archivio Sughi

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1 Aprile 2015