ALBERTOSUGHI.COM
di Floriano De Santi
ALBERTO
SUGHI E LO SCHERMO DANTESCO
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I
Si e' spesso domandato come la pittura italiana potesse rappresentare
il nostro massimo autore letterario - e alcuni tra i maggiori scrittori
e poeti - sopportando le contraddizioni di un immagine comunque
problematica. Soltanto uniconografia esteriore, o se si preferisce
aneddotica, e riuscita a individualizzare e raffigurare i vari Petrarca,
Boccaccio o Tasso. Sugli autori piu' vicini a noi non disponiamo
di quasi nulla: si rifletta solo sul mancato confronto con rimmaginario
"leopardiano", quasi un recupero di realta' nell' interno
piu'. sacro, nel'adyton, della fictio romantica. In Leopardi il
sentimento finto della vita diventa, nella storia che l'esamina
e lo convalida, di una verita "particolare" che la stessa
analisi psicologica a malapena riesce a trattenere per il lettore
nella sfera fantastical poiche quel sentimento gronda di una vita
che non ha esaurito, e divenuto vero eundo, andando verso la sua
sorte i fantastica, ma con un energia che appena tende a prolunj
game, appunto al di la dell'opera, la traiettoria sino al I nostro
tempo.
Forse ha pesato l'incidenza della modernita: il nascere in altri
termini della fotografia e di marchingegni simili. Anche se si deve
riconoscere che e giusto nella modernita' - specie quella novecentesca
- che i pittori si sono rivolti a disegnare i volti e i profili
dei letterati. E se, come dice Benjamin, e proprio della "scrittura
filosofica" ritrovarsi di nuovo, a ogni svolta, di fronte al
problema della presenta zione, il modo della Darstellungsiveise
(la presentazione) della nostra epoca e il commento, quella scrittura
che si fa e si costruisce sui margini del sapere moderno. E con
que sto spirito che il filosofo berlinese, dal 1926, entra in quella
grande peripezia teorica e formale che si disegna attra verso tutti
i suoi saggi, e soprattutto nel Passagen-Werk, come il piu' straordinario
arabesco del ventesimo secolo, in cui affiorano i volti di Baudelaire,
di Aragon, di Kafka, ma soprattutto di Proust.
Il caso di Dante e piu' particolare, distinguibile da quello degli
altri autori. La pittura ha onorato la sua grandezza soprattutto
in ambito internazionale: col primo Ottocento tedesco, con i Preraffaelliti.
Molte sono le statue e i busti, forse non tutti di primario valore;
ma, e noto, piu' che l'interpretazione della sua figura i molti
incisori e illustratori si sono cimentati con un personaggio. E
in tal senso il poeta che viene condotto tutt'attraverso i tre regni
- l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso - e' l'uguale cui si da
il riconoscimento dell'autore che e' per tutti noi sommo. Figura
reale e personaggio poematico in fatto alla fine coincidono, allo
stesso modo che nel Fedone di Platone Xeidos e Xeidolon rivelano
nell'opera d'arte un'inconfessabile parentela.
II
(inizio pagina)
Non suscita stupore che un artista della qualita di Alberto Sughi
- un "maestro", diciamolo a chiare lettere - pervenga
all'apice di una camera tra le piu' luminose del secondo Novecento
a misurare la propria forza espressiva su quello che e' il "sapere"
obiettivo di Dante. Una certa convinzione nel cuore si inferisce
infatti in lui dall'acquisto di una decisa e piena maturita, ma
dall'altro c'e' la potenza gia tentata e sondata delle suggestioni
filosofiche e allegoriche di certa visivita dell'artista romagnolo
nell' ultimo decorrere dell'altro secolo. Adesso Sughi ha lavorato
sul patrimonio culturale e umano del poeta fiorentino realizzando
disegni tracciati col colore o col bianco e nero, e anche oli e
tempere.
Sappiamo - precisa Heidegger - "che la thea- la visione e'
suprema". Ma piu'' luminosa, piu'' raggiante e l'apparenza
in quanto tale, "piu' luminoso in essa brilla cio di cui essa
non e' che apparenza": l'essere. Il bello secondo la sua essenza
e' tra tutto cio che brilla, cio che risplende con piu' evidenza
nel dominio del sensibile, di modo che per la propria luminosita,
lascera splendere l'essere stesso. Ma in realta', la bellezza per
Sughi non e' soltanto lo splendore dell'Essere nell' apparenza:
e' l'Essere stesso l'oggetto della sua ricerca grafica e pittorica,
e del sapere, tanto da farci venire in mente nell'interpretare ermeneuticamente
il suo lavoro che nel Fedro Platone giunge a parlare con una formula
che avra' un enorme successo, di philokalia, amore di bellezza,
come sinonimo di philosophia, amore di sapienza. E, ad esempio,
una tempera su carta il Ritratto di Dante serrato nel tratto e folgorante
nel prospetto del volto. Ugualmente Dante con "li occhi dolenti"
in cui la stessa trepida intensita ha un risalto idealmente sentimentale
e romantizzato, con un concetto di istante che e' atopos e che e'
la perfetta negazione di ogni determinazione spaziotemporale. Ma
sia l'un foglio che l'altro presuppongono una modalita' moderna,
anche per quegli aspetti - di fierezza intellettuale e di disponibilita
interiore - che sono stati appannaggio del rilancio da noi della
figura del poeta (dopo L'indifferenza o quasi nel XVIII secolo)
nei primi anni dell'Ottocento e poi via via in un crescendo continuo
da allora sino ai nostri giorni.
La pittura, che accende se stessa infiammandosi al contatto con
il grande poeta, è ovviamente anche cagionata da episodi
sintomatici, o da esperienze che rimangono nella memoria di ognuno:
tali l'esilio o la "scrittura" della Commedia. Sughi non
teme di annientare la propria ispirazione al concetto con questi
eventi, di per sé proverbiali. Pure in questo caso l'impostazione
visuale dimensiona al centro del foglio la figura del genio; sopravvenendo
la gestazione di un evento - la redazione del grande poeta , sopravviene
un totale in cui compare l'intera figura, con uno stilema espressivo
che va dalla molteplicità delle sensazioni verso l'Uno, che
muove dall'imago della bellezza oscura verso la vera bellezza dell'intelligibile.
Ma ovviamente ogni variazione si subordina alla percezione intellettuale
della visività di Sughi: ai suoi colori, alle sfumature che
distende sulle tele e sui fogli, all'equilibrio delle immagini.
C'è una curiosa e significativa inclinazione dell'immagine
in Dante, la strada dell'esilio, ancora una tempera su carta: qualcosa
che lascia pensare a baluginii cupi trascinati vagantemente per
le vie della dispersione e della fuga, con anche una cert'aura sensitiva,
intima e mentale: una riflessione tesa del pensiero, dell'anima
interiore, àdXepodè immaginativo.
In quest'opera la luce spruzza sinergica sulla figura, spazio tagliato
dal suo apparire: luceombra fitta in linee di forza, in tratteggi
decisi e paralleli, quasi memoria di un'antica geometria che appunto
si cicatrizzi sì che l'immagine di Dante risulta, mentre
erompe ancora "dentro", ancora sostanziale alla propria
matrice, di cui essa ha ancora la forma come un mallo appena aperto.
L'apparizione, il suo pieno, è l'altro aspetto, oppositivo
al vuoto di un parmenideiano kosmon apatelón, un universo
ingannevole che Sughi lascia e su cui lo spazio sostanziale pare
incavernarsi. La figura, insomma, è un pieno che suppone
un vuoto come il suo stesso doppio sostanziale, la sua opposizione
necessaria a essere.
I disegni in bianco e nero riprendono a volte quei soggetti (ad
esempio, Dante con "li occhi dolenti'). Spiegano i percorsi
di Sughi, gli abbozzi: le inclinazioni del segno e la specifica
propensione del tratteggio e del chiaroscuro nel suo diffondersi
su tutto il foglio. Nasce il senso oppositivo del signum nel signatum,
in quanto senso riflessivo, che facendo meno dell'idea premessa
all'operazione, estrae un'idea uguale di durata allo stesso operare
dal visibile all'invisibile, sì che l'invisibile è
la prosecuzione della stessa operazione fenomenologica nella presenza
dello spettatore, quasi nello speculum dello stesso operare. Verso
il quale precipita - come nei quadri più angoscianti di Giacometti
e di Bacon - non la figura, in tutta la sua imminenza tragica sfuggita
all'idea, ma l'operazione riflessiva che tanto più ribalta
la figura nelle sue more psichiche quanto più essa sembra
sigiarsi dei propri atti di presenza, e quasi confondersi con l'atmosfera
ambiente. Come usava dire un tempo, queste "orme" ci immettono
nei meandri dell'officina espressiva del pittore: nella sua "lingua",
nel suo pensare e progettare per immagini. Il punto di vista, al
pari di una macchina da presa, ruota tutt'intorno al grande poeta:
lo riquadra da lato, da sotto in su oppure in piena frontalità.
Lo vede o lo fa vedere obliquamente, quasi sorprendendolo in un
gesto sintomatico o esemplare, oppure avvicinandolo nella meditazione
che lo penetra e che lo investe consegnandolo a un'immobilità
celeste, stringendone e fissandone il profilo in una fissità
paradigmatica. Dove si adombra l'infinito che sovrasta l'uomo e,
afferma il pitagorico Numenio, il difensore strenuo della parola
platonica, la materia: sconfinata, indeterminata, priva di logos.
Questa materia, che si è calata nell'oscurità del
corpo, può attentare con le sue mescolanze anche il Dios
Soteros, il dio Salvatore. Per tale motivo, prosegue Numenio, "pare
ben giusto mettere al primo posto l'incorporeo". Anzi, l'incorporeo
è l'intelligibile stesso, come appare anche nell'esperienza
figurativa di Sughi. È un Dante meditabondo e cogitante quello
che ci arriva dai disegni di Sughi: un titano dotato di forza intcriore,
con tutta la sua propria libertà creativa da rivendicare
e indi da espandere nel mondo. Quando invece interviene il colore,
lo stesso soggetto è mostrato in atto di agire: mentre butta
su carta il suo gran testo - ad esempio - oppure traguarda in lontananza.
Il colore nella sua gamma fascinante e mossa lo contorna quasi ponendolo
in una nicchia, in un ambito popolato da quelle istanze di necessità
(per dirla in termini filosofici) che lo fissano nel conflitto con
se stesso e con i suoi pensieri. Dante, insomma combatte la sua
battaglia intcriore ed espressiva - estetica ed etica al contempo
- su quello stesso terreno nel quale viene minata la volontà:
la volontà individuale e collettiva.
III
(inizio pagina)
La selva è un'antica metafora per indicare il pericolo, il
labirinto, l'erranza in ciò che non ha confini. Già
nell'Eneide Virgilio parla di notte, di ombre, di solitudine: "come
nell'incerta luna, in una luce maligna, est iter in siivis, è
il cammino nella selva", vale a dire un inextricabilis error.
Il concetto di selva è l'intera materia del grande poema
di Bernardo Silvestre, De mundi universitate sive Megacosmus et
Microcosmus, e dunque percorre tutta la riflessione della scuola
di Chartres. Ricompare ovviamente in Dante, nel Convivio, ma soprattutto
nella Commedia, là dove la "selva oscura" si unisce
all'immagine dell' "acqua perigliosa" e al buio: "là
dove il sol tace". Ultima di tutte le cose è hyle, che
"noi diciamo selva e che sta nel luogo più basso",
puntualizza Cristoforo Landino, che recupera, come aveva già
fatto Scoto Eriugena, anche il significato proprio di hyle: legno,
materiale da costruzione. Il demiur go che agisce nella selva, per
produrre le cose, è lignarius faber, e la selva "contiene
un legno scabro e informe". È nel contesto di questa
rivisitazione che Sughi, con un tratto di genio che taglia la questione
come una lama di luce, pare ricordarci - con la sua suite dantesca
- che dobbiamo tornare indietro, e ripartire da Plotino, al suo
singolare tentativo, speculare rispetto a quello di Platone, di
eliminare l'informe dal mondo: di fondare sulla bellezza il nostro
rapporto con la realtà. È all'interno di questo tentativo
che scopriremo un'altra grande "lacerazione metafisica",
simile a quella che si è aperta nel cuore del Timeo: la bellezza,
per essere tale, deve spingersi fino a diventare l'invisibile e
l'indicibile stesso, ciò che non ha figura, non ha forma,
non ha limite.
Ma in questo tratto, nel continuo allargamento degli spunti tematici,
il pensiero pittorico di Sughi disloca le proprie immagini in uno
spazio interstizio tra una forma data e una possibilità ulteriore:
tra l'hòlderliniano Unfórmliche e YAllzufórmliche
in cui il possibile diviene in ogni dove reale. Ciò che non
ha ancora netta forma, ad esempio nel disegno, e che si atteggia
all'attesa di una sua propria forma, dissolve la realtà delle
configurazioni che ci sono più note e più abituali
nel "divenire" interno al proprio "trapassare".
L'occhio intcriore di Sughi è all'inizio disavvezzo alla
luce, come quello dell'uomo uscito dalla caverna nel mythos platonico
della Repubblica. Ma, procedendo via, per sottrazione come lo scultore
con una statua, togliendo il superfluo, levigando, lavorando, egli
può giungere - parafrasando Michelangelo - "allo splendore
della virtù", a diventare esso stesso luce, esso stesso
sguardo. Chi vede deve diventare visione, come l'Atteone di Giordano
Bruno che da cacciatore diventa preda. L'occhio sughiano non potrebbe
vedere il sole, se non avesse in sé la natura del sole. Del
resto, la metafora dell'occhio "solare", del veggente
che si fa visione, ha avuto una fortuna immensa, e si ripropone
quasi alla lettera in un testo di Goethe. Ma, prima dell'autore
delle Affinità elettive, Dante ha riproposto questo "sguardo
che si guarda". "Essa filosofia, il divino poeta scrive
nel Convivio, che è [...] amoroso uso di sapienza, sé
medesima riguarda, quando apparisce la bellezza de li occhi suoi
a lei: che altro non è a dire, se non che l'anima filosofante
non solamente contempla essa veritade, ma anche contempla lo suo
contemplare medesimo e la bellezza di quello, rivolgendosi sopra
se stessa e di se stessa innamorando per la bellezza del suo primo
guardare." Nell'immagine di Dante, Sughi individualizza il
movimento - che è tuttavia conquista di porzioni di realtà,
conoscenza inesausta, infine conflitto - in quei segni in cui lui,
straniero a noi che lo guardiamo dal presente, fasciato dai suoi
pensieri eterei, comincia a prendere significato in rapporto alla
nostra dimensione di moderni. Da assoluto e superiore che era, Dante
si trasforma e discende
nel nostro mondo. Il suo symbolon, segno che contiene il molteplice,
inizia a significare in rapporto al nostro universo e alle nostre
comprensioni. Come un Edipo, come l'Empedocle di Hòlderlin
tradotto nei testi del poeta tedesco, Dante cade nel nostro mondo.
Vi discende perché deve ritrovarvisi, con uno sguardo che
tende a introiettarsi, a implodere verso un luogo che è ancora
più oscuro e difficile della chòra di Platone: un
luogo perduto nell'assoluto che ci sovrasta e nello stesso tempo
in un'abissale profondità, inafferrabile dentro il soggetto.
Solo un'estasi può permettere di coglierlo.
Il colpo d'ala di Sughi - in questo momento drammatico per la nostra
democrazia - è il fatto di congetturare pittoricamente un
Dante che ci si rivolge e che sta tra noi. Una tempera su carta
intelata del 2002, dunque recentissima, delinea il poeta appoggiato
alla balaustra di un piccolo balcone: intento a discettare (vedi
il gesto della mano destra, e la protensione dell'indice) e convincere
come parimenti ad ammonire. Intorno, un pullulare di teste e volti
in atto d'udienza, tese ali' "ascolto" del grande poeta
metafisico e civile, e l'astanza solenne delle bandiere: rossa,
bianca e verde, ognuna portatrice di una storia e di una verità
in anni di damnatio memoriae - e tutte insieme compitanti i colori
del nostro simbolo nazionale di italiani, oggi purtroppo minacciato.
È un Dante eretto a "testimone", come si vede in
un altro foglio: presenza viva allo scempio dei corpi, alle stragi,
alle distruzioni morali e intime che sono oggigiorno consumate ripetutamente.
Come ai tempi della Resistenza, dei corpi trafitti sui pali del
telegrafo, appesi ai rami degli alberi, buttati nei fossati, trucidati
e brutalizzati. Nel Novecento abbiamo conosciuto l'esplorazione
della malattia, della morte e del patto diabolico con Thomas Mann.
E poi la follia mefistofelica di Bulgakov cui si contrappone un
bene che è esso stesso scorticamento del mondo. E via via
il furore impotente di Faulkner, il male di vivere di Montale e
il mondo dopo la fine del mondo di Beckett. Abbiamo visto la nuda
vita esposta fino all'oscenità in Bacon o nelle lacerazioni
e nelle ustioni di Burri e Mastroianni. Eppure Adorno ha detto che
la cultura dopo Auschwitz è entrata in una no mans land,
e che il pensiero può pensarlo sono pensando contro se stesso.
Ha detto anche che solo chi tenta di figurare - come Sughi - il
mondo dopo Auschwitz può comprenderlo.
IV
(inizio pagina)
La tragedia, sostiene Heidegger nelle sue lezioni su Nietzsche,
eredita la filosofia eraclitea in quanto è la "scrittura"
che mantiene nella sua forma anche il disordine, l'informe, la contesa
e il dissidio. Questa sua caratteristica fa della tragedia stessa
hpalintos harmonie espressa da Eraclito, come il suono che contiene
in sé la vibrazione delle corde dell'arco della lira.
La scrittura di Sughi è anche però la tensione di
un tempo, il presente, in cui si affronta l'oscuro del passato e
l'oscuro dell'avvenire. È in questa tensione che si esprime
il paradosso della conoscenza tragica dove, nel ciclo di opere che
Sughi dedica alla Vita Nova e alla Commedia, chiarezza e oscurità
coesistono, e dove il nostro sapere include come suo centro un nucleo
di non sapere, l'ombra della congiunzione alle nostre origini il
cui mistero non potremo mai interamente penetrare.
Negli anni nei quali si è consumata la distruzione di massa
della nostra spiritualità, negli anni del genocidio culturale
compiu'to dalle televisioni e dal nuovo edonismo (cosa ne avrebbe
scritto un Pasolini? E uno Zavattini? E Vittorini, e Moravia, e
Guttuso?), il Dante di Alberto Sughi si cala nel nostro mondo. E
con la coscienza drammatica del presente, si affaccia negli ambienti
che la matita e il pennello del maestro romagnolo avevano avviato
sin dagli anni sessanta: i bar, i locali notturni, i luoghi degli
incontri impossibili e delle mille solitudini. Qui la forza espressiva
dell'arte di Sughi ha il suo momento d'ascensione; trova in altri
termini il modo più semplice per comprendere - e farci comprendere
- il significato del nostro inquieto presente. Il paradosso dell'arte
di ritrarsi nella propria assolutezza, ma al contempo di rendere
per ciò stesso un servizio alla società e alla stessa
natura, si esterna in questo Dante di Sughi che vive e pensa tra
i fumatori, le ragazze, gli alcolisti anonimi e solitari. E presente
anche lui - che pure sembra esserne tanto lontano - al dramma quotidiano
vissuto da tutti; calato nei gangli della confusione, del conflitto,
nella vita data dall'arte ma da un'arte già interna a un
sistema dell'agire, a un pensiero nel quale tutti i segni giungono
finalmente a connettersi nel symbolon che apre all'oscura verità.
Cosi' il Dante che perde i sensi sorretto da una fanciulla magari
la stessa che ripara all'interno di tali locali metaforizza potentemente
la pietas del poeta, il quale soccombe allo spettacolo triste dei
nostri giorni. In una tale ottica, di miscelazioni tra l'oggi e
l'ieri, Sughi si serve dei testi classici per restituire alla modernità
o alla postmodernità le possibilità del tragico. Questo
luogosentimento che non ha confine, l'immisurabile pathos, è
l'atopico "paese Patimento" di cui parla Rilke nella decima
Elegia duinese, là dove si può scoprire, nel margine
che sta tra il regno della vita e il regno della morte, in quel
luogo di mezzo che solo l'uomo può abitare, una strana felicità:
quella stessa felicità che suona enigmatica in un distico
che Hòlderlin, sulla soglia della sua scoperta del tragico,
intitola a Sofocle, ma che potrebbe essere indirizzata anche a Sughi:
"Molti hanno cercato invano di dire gioiosamente ciò
che non è più gioioso/ Qui alla fine si esprime per
me, qui nel tragico".
Per meglio dire, se Dante è immane alle temperie dell'Occidente,
il Dante di Sughi è parte della comprensione stessa dell'Occidente
in sé, parte di una nostra comprensione di noi stessi. Ma
insomma, ogni grande autore pur volendo esprimere il suo io ci comunica
un nuovo senso del mondo, o un senso essenziale del mondo. Ci mostra
la vita e la realtà in una forma in cui mai prima avremmo
pensato di vedere: e ci fa vedere la realtà che viviamo in
un modo che non riusciamo a vedere. Cosi', attraverso l'Alighieri,
attraverso le rivelazioni della Vita nuova, Sughi schiude ai nostri
occhi una conoscenza nella quale egli medesimo si riflette. Specchiandosi
e filtrandosi nella figura dantesca, fa in ultimo riconoscere la
nostra più intima e presente soggettività in quell'elemento
di oggettività offerto dal lascito memoriale e immaginale
del poeta della Commedia.
estratto da, F. De Santi, A. Sughi e lo schermo
dantesco (Silvana editoriale, 2002).
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